«Scappavo di casa per giocare a calcio». La storia di Ana Sestari, eletta miglior portiere al mondo ai Futsal Awards, inizia lontano dai pali e dall’Italia, nel piccolo comune brasiliano di Progresso. Voleva fare l’attaccante: segnava tanto e i ragazzi non la prendevano benissimo. «Hai subito gol da una donna», scherzavano tra di loro. «Ero la prima e unica ragazza che giocava insieme ai maschi». Ora gli stessi che la deridevano le scrivono per complimentarsi. Sestari, 29 anni, tiene al sicuro i pali della Women Roma, in Serie A, e della Nazionale italiana di calcio a 5.
Sestari miglior portiere del mondo. Come le suona?
«Non ho ancora realizzato. E non me l’aspettavo. Pensavo che l’uscita dai Mondiali – ai quarti di finale, lo scorso dicembre – potesse influire negativamente».
Difende i pali dell’Italia, ma il suo percorso comincia in Brasile.
«Sono qui da 11 anni e a Fiano Romano, dove mi alleno, da settembre. Vengo da Progresso, un paesino sperduto tra le montagne brasiliane. I miei trisnonni sono emigrati dal Veneto e io sono tornata».
Da quelle parti la vita s’incrocia spesso col pallone.
«Ce l’abbiamo nel sangue. A sei anni ho cominciato a giocare con i ragazzi. Scappavo di casa per non farmi scoprire. Tornavo spesso tutta sudata e papà mi ha scoperto».
E cosa le ha detto?
«Se questo è quello che vuoi, metticela tutta».
Per lei non esistevano barriere.
«Ero la prima e unica ragazza che giocava insieme ai maschi. Poi sono venute le altre».
Perché scappava di casa?
«Era difficile accettare che una ragazzina facesse calcio con i ragazzi. Penso che ancora oggi siamo indietro su questo punto».
Ma qualcosa è cambiato.
«In Brasile va un po’ meglio, qui ancora c’è da lavorare».
L’Italia è indietro?
«Molti uomini sorridono quando racconto di fare la calciatrice professionista. Non pensano che una donna possa fare questo lavoro».
I suoi genitori erano preoccupati?
«Lo erano quando, a 14 anni, ho lasciato casa per inseguire questo sogno».
Ma l’hanno supportata.
«Sempre».
Dove lavorano?
«Papà Milton lavora nella polizia brasiliana, mamma Elizandra fa l’insegnante di scuola elementare».
Non s’immaginava un futuro da portiere.
«No, ero centravanti. Poi un incidente stradale, quando avevo 11 anni, ha cambiato tutto».
Cosa è successo?
«Ero in bici, mi ha travolto una macchina. Femore rotto, ma non volevo fermarmi. Non ascoltavo il medico: quattro mesi dopo l’intervento, correvo trascinandomi la gamba, ma non potevo fare la calciatrice di movimento».
In quel momento la sua vita sportiva è cambiata.
«A nessuno va di giocare in porta. Io ho dovuto farlo per forza, per evitare di muovermi troppo».
Però il vizio del gol non l’ha mai perso.
«No, continuo a segnare (nove reti nel 2025). Nel calcio a 5 è più facile, ma faccio gol anche quando il portiere è schierato».
Perché ha scelto il calcio a 5 rispetto a quello tradizionale?
«È più dinamico e divertente. Nel calcio tradizionale, se giochi per una squadra forte, le parate sono rare».
A livello economico, la differenza è tanta?
«Guadagniamo qualcosa in più rispetto allo stipendio medio di un impiegato. Dobbiamo lavorare perché gli sponsor e le aziende s’interessino a noi».
Al futuro ci pensa?
«Non mi piace fare troppi programmi. Sono laureata in scienze motorie, ma non so cosa farò. Mi piacerebbe diventare mamma. Ora, però, è difficile pensarci».
Perché non riesce a vedersi madre?
«Lo sport dà tanto, ma toglie allo stesso modo, non solo in termini di tempo. Viviamo per lo sport: non esiste riposo, non esiste festa».
Crede in Dio?
«Dal punto di vista religioso, non sono la tipica brasiliana. Non sento il bisogno di andare in chiesa per stare vicino a Dio».
Ha una frase che la ispira?
«“Zitto e nuota”. È la frase simbolo del film Disney Alla ricerca di Nemo. Io ho scelto di tatuarmela: un messaggio di resilienza, per quando le cose non vanno come dovrebbero».
Nei momenti difficili, chi l’ha sostenuta?
«Stefano Mammarella, uno dei migliori portieri di calcio a 5 della storia, mi ha supportata e allenata, trasmettendomi la sua passione».
E in famiglia?
«Otomar, mio nonno. Quando doveva rimproverarmi, parlava in dialetto veneto, così non capivo nulla di quello che diceva. Sento di essere il suo più grande orgoglio».
Non vuole fare programmi di vita, ma ci dica qualche obiettivo sportivo.
«Il mondiale con l’Italia e lo scudetto con la Roma».
