Arrigo Sacchi, ma torna davvero in panchina?
“Forse sì, è un’ipotesi, una tentazione. E questa tentazione mi piace molto”.
Però sono passati ventiquattro anni dall’ultima volta…“Le buone idee non invecchiano: mi metto a disposizione. E poi lo sa che ho un cuore nuovo?”
Nel senso dello spirito? Del coraggio e dell’entusiasmo?”No, no, proprio nel senso della valvola mitralica. Me l’hanno sostituita il 30 settembre scorso, e il cardiologo mi ha detto: Arrigo, con questo cuore lei non morirà mai. E allora, perché non rimettersi a lavorare?”
In Italia o all’estero?”Ancora non ho deciso, ho diverse offerte. Vediamo un po’ cosa succede”.
Non sia così reticente, ci dia qualche indizio.”Non sarà una Nazionale, e credo potrebbe essere all’estero…”
Tiriamo a indovinare: Spagna?”Eh, ci sono stato due volte e lì mi amano molto. Anche i francesi, se è per questo. Senza dimenticare gli inglesi, che hanno inventato il calcio e hanno insegnato che senza uno stile non restano che difesa e contropiede”.
La sentiamo bello carico.”Le racconto una cosa. Sette ore dopo l’operazione al cuore, mi sono fatto portare il tablet per vedere un po’ di partite. Ne ho vista una del Napoli e una della Lazio, e mi sono detto: ma questi giocano a calcio! Voglio dire che finalmente anche noi italiani abbiamo deciso di avere uno stile offensivo e corale: lo stesso atteggiamento lo vedo nella Juve, nell’Inter e nel Como, purtroppo non nel mio Milan che non si capisce ancora cosa possa diventare”.
Arrigo, non teme la stanchezza dell’età?”Ma io mica dovrei mettermi a correre in campo! Ci provai da ragazzo, però non ero un granché, perciò decisi di diventare allenatore”.
Sarà mica uno scherzo della nostalgia?”Non conosco questo sentimento, non sono un reduce. Il calcio era e resta la mia vita. Se tornerò in panchina, sarà soltanto perché mi va di farlo”.
Lei però disse che la tensione era diventata insostenibile.”Forse non me la ricordo più! Scherzo, non ho paura, alla mia età e con un cuore nuovo non si deve avere paura di niente. La paura lasciamola ai giovanotti”.
Arrigo, l’anagrafe dice che lei ha quasi 79 anni.”Invece io dico che sono ancora un bambino, come quando scappavo per vedere in tivù i mondiali che si giocavano in Svizzera: mi piaceva tantissimo l’Ungheria, e la mia mamma mi diceva “no, Arrigo, non si fa, quelli sono comunisti!”. “Ma giocano così bene!”, rispondevo io”.
Lei ha cambiato la mentalità del calcio italiano.”Non soltanto io. Ho cominciato a farlo, piano piano, e poi qualcuno mi ha seguito. Ora vedo molti colleghi che la pensano come me, e dicono quello che dicevo io tanti anni fa”.
Quali sono i migliori allenatori italiani?
“Antonio è il più bravo di tutti: il suo Napoli è un esempio. E poi il mio amico Gasperini”.
Pensa di potere ancora insegnare qualcosa di importante?”Modestamente sì. Il calcio è uno sport collettivo che si basa sull’attacco, mentre per decenni hanno provato a convincerci che sarebbe uno sport individuale basato sulla difesa. Non farò altro che ripetere quello in cui credo. Com’è possibile che sia uno sport individuale, quando lo praticano gruppi di una ventina di persone almeno? Credo che il calcio possa diventare un esempio per la nostra società e per le aziende, specialmente quelle in crisi: l’idea del team, per superare insieme ogni ostacolo”.
Il modello resta il suo vecchio Milan?”Abbiamo imparato insieme, ci siamo divertiti e qualcosa forse abbiamo insegnato. Abbiamo avuto uno stile, come dicevano gli inglesi ai brasiliani quando i brasiliani sembravano non capire: ma poi capirono, e diventarono i padroni del mondo. Il mio Milan vinse uno scudetto e una Coppa dei Campioni senza Van Basten, infortunato per quasi un anno: il vero calcio è questo”.
Serve parecchio coraggio per pensare di rimettersi in gioco adesso, o no?”E perché? Passo le giornate a rispondere al telefono a chi mi chiede cose sul calcio, dunque non sono un pezzo da museo. Peccato non aver vinto quel mondiale con l’Italia, ma ce lo fecero perdere mandandoci in ritiro in un posto dove l’umidità era al cento per cento, e faceva un caldo terribile. Quando arrivammo in ritiro, i medici azzurri dissero: impossibile arrivare in finale. E invece ci arrivammo, però contro un Brasile che si era sempre allenato al fresco. Non ci fecero vincere anche perché io avevo chiamato tanti calciatori del Milan, e Berlusconi faceva paura: ma lui è stato il più grande di tutti. La Nazionale del ’94 era una squadra di eroi”.