Bardolino (Vr) – Il gigante è seduto a un tavolino all’aperto nell’hotel vicino al lago, e beve un bicchiere di bianco. Passa un signore anziano e gli manda un piccolo bacio con le dita, «perché io ho voluto molto bene a Briegel», dice. Il gigante ha occhi di un azzurro cielo, identici allo sgargiante camiciotto a fiori un po’ da ragazzino. Le mani di Hans-Peter Briegel e le scarpe fanno ancora impressione. Il sorriso è una finestra spalancata, la risata un tuono.
Briegel, sono 40 anni da quello scudetto al Verona. Primo pensiero?
«Che la vita passa in un momento. E c’è questa parola, questa frase, come si dice, oh, un attimo, bitte (prende il telefono, smanetta su Google traduttore, ha trovato). Se non vuoi diventare vecchio, è semplice: devi morire prima! Ah ah ah…».
Cos’eravate, voi di quella squadra?
«Una cosa sola. Ci telefoniamo ancora quasi ogni giorno, e se solo potessi farlo con Garella, con Claudione, ah… Per vincere non devi avere i fuoriclasse, ma i più uniti. Quell’anno andarono in campo soltanto 14 giocatori: non potrà succedere mai più».
Lei faceva tutto, anche i gol.
«Una volta giocai persino di punta, ma segnavo comunque tanto. Nove reti nell’anno dello scudetto, da mediano».
Il Verona di Osvaldo Bagnoli.
«Parlava poco ma parlava giusto. Vigilia della prima partita, viene in camera e mi fa: “Tu, domani, Maradona”. Tre parole, e io rispondo con una: “Sì”. Poi esce senza salutare. La domenica marco Diego, faccio gol e vinciamo 3-1».
Cominciamo dal portiere.
«Primo allenamento, arrivo e vedo questo tizio pieno di vestiti anche se c’erano trenta gradi, con una pancia enorme. È il magazziniere, penso. E invece era il portiere: Garella, già. Una settimana dopo lo rivedo e avrà perso dieci chili, forse di più. Un’altra cosa: quella squadra era piena di ragazzi intelligenti».
Perché con Maradona eravate amici?
«Ma io veramente gli avrò parlato cinque volte in tutto. Però, senta: dopo la finale del Mondiale dell’86 a Città del Messico, ci sorteggiano per l’antidoping. Siccome Diego non riesce a fare pipì, io gli passo una birra e allora il medico dell’Argentina urla “nooo!”. Pensava fosse dopata. Allora ne bevo un sorso e poi la do a Maradona. Fino al 2002, ogni Natale mi arrivava a casa un suo biglietto d’auguri, li conservo tutti. Credo mi stimasse perché non lo picchiavo come invece facevano gli altri».
Ci parli di Juventus-Verona di Coppa dei Campioni a porte chiuse, 6 novembre 1985.
«Diedero un rigore a loro per un mio fallo di mano del tutto involontario, e non ne diedero uno a noi, enorme, sempre per un mani, di Serena. L’arbitro era un francese, Wurtz, molto amico di Platini».
Finale mondiale 1982, Italia batte Germania. Lei, in campo.
«Eravamo stremati dopo i rigori contro la Francia tre giorni prima, altrimenti chissà. Azzurri fortissimi, certamente, ma noi avevamo sbagliato la preparazione: il cittì Derwall non ci fece allenare per i primi dieci giorni, diceva che eravamo stanchi dopo la Bundesliga, così perdemmo contro l’Algeria. Da quel momento, allenamenti… A Siviglia, la notte della semifinale c’erano 42 gradi. Arrivammo poi a Madrid alle tre e mezza del mattino, fuori c’era già il sole…».
Lei perse la finale anche quattro anni dopo. Le pesa?
«No, perché non potevo fare di più e l’Argentina era fortissima. Noi avevamo questo problema, come si dice? (Google traduttore: il gigante mostra il cellulare con la parola “ossigeno” sullo schermo). Poco ossigeno nel cervello, ecco, ma a 2.500 metri di altitudine correvo lo stesso come un pazzo. Non bastò».
Le piace il calcio di oggi?
«A noi bastava che il prato fosse verde, anche quando era tutto scassato. Adesso, se è un po’ bagnato per la pioggia dicono che è pesantissimo. Ma la palla vola, la palla gira. E poi, troppi passaggi all’indietro, specialmente al portiere: mi annoio. Ogni tanto, però, il calcio antico si vendica. L’Arminia Bielefeld, serie C, ha appena eliminato il Bayer Leverkusen in Coppa di Germania e giocherà la finale. E lo ha fatto con lanci lunghi e verticali, mentre quegli altri insistevano con i passaggini. Mi sono divertito».
Allora il calcio lo guarda.
«Tifo per la Germania, per l’Italia che è la mia seconda nazionale e naturalmente per l’Hellas e il Kaiserslautern. Vedo tutte le partite in tivù».
Com’è la sua vita?
«Da qualche anno ho smesso di fare l’allenatore, troppo faticoso a livello mentale. Però in Turchia ho vissuto belle esperienze, là con i giovani erano più avanti che in Germania. E sono nel consiglio direttivo del Kaiserslautern, dove tutto è cominciato. Passo giornate intere al telefono, finanziamenti, logistica, non si finisce mai. Siamo terzi in classifica in B e abbiamo una media di 47 mila spettatori».
Si occupa ancora di progetti sociali?
«Dopo tanti anni con i bambini di strada in Messico, ora faccio qualcosa per gli anziani più poveri in Germania, cibo, vestiti. Si fa in fretta a cadere giù».
A ottobre saranno 70 anni: come li vive?
«Ogni tanto, a letto, ci penso e mi dico che mio nonno a questa età era già morto. I 60 non li avevo patiti, ma i 70… Più invecchi e più il tempo corre, i miei genitori me lo ripetevano e non ci credevo. Poi va bene lo stesso, ho avuto una bella vita, spero nella salute».
I suoi erano contadini.
«E anch’io ho raccolto patate quando giocavo già in Bundesliga, io lo so che la terra è bassa e si fatica. Ho anche guardato i maiali».
Briegel, ci dice una cosa che è proprio importante per lei?
«Sì, ecco, la parola italiana mi scappa sempre, un momento…
Lo schermo si accende ancora, come un piccolo sole). Ecco qui: “Umiltà”.