Onyinye Wilfred Ndidi, 29 anni, nigeriano, è un calciatore e un insegnante di educazione civica. Capitano della sua nazionale in coppa d’Africa, ha dato un senso alla carica che va oltre il pezzo di stoffa attorno al braccio. La federazione ha tardato a pagare i bonus promessi ai giocatori per la qualificazione, quelli hanno minacciato sciopero, evitando di disputare i quarti contro l’Algeria. Nessuno recedeva dalle posizioni: «I soldi arriveranno, pazientate e intanto lavorate», «Prima pagate poi facciamo gol, in caso». Pur di non diventare capitano non giocatore, Ndidi ha risolto la disputa dicendo: «Ce li metto di tasca mia, purché si vada in campo». La questione è morale (e come non potrebbe?). Quando accade un’ingiustizia o si verifica un inadempimento, la risposta può essere quella di rivendicare le proprie ragioni. E basta. Se la strada è sporca i cittadini non prendono la ramazza, ma ricordano allo Stato, o al Comune, di aver pagato le tasse perché venga organizzato un servizio di pulizia. Lo Stato o il Comune replicano che stanno varando un progetto, reclutando forze, attendendo soltanto il via libera dalla corte dei controlli. Intanto la strada rimane sporca, gli alfieri delle controparti compaiono nei talk show per far sentire le proprie ragioni e mostrare i propri volti, i rifiuti si accumulano, lo spogliatoio resta vuoto, l’Algeria passa il turno senza nemmeno tirare in porta.
La scelta del capitano
Il capitano Ndidi è quella forma di alternativa non prevista da alcun codice. Potrebbe dire: perché debbo rimetterci soltanto io? La risposta è: perché altrimenti ci rimettiamo tutti, anche io. Il sacrificio non è fare la cosa giusta per avere giustizia, ma accettare un’ingiustizia per sé pur di provocare il giusto esito. Non è che in giro per i campi di calcio si vedano molti nobili esempi, piuttosto: la furbizia è di rigore, la recriminazione tendente all’infinito e si è pronti a molto, se non a tutto, per guadagnare più soldi. La Coppa d’Africa non è stata una vetrina splendente: ha messo in mostra, per dire, il Gabon sospeso dal capo di Stato golpista (Nguema) dopo l’eliminazione, la fuga del miglior giocatore (Aubameyang) e i conflitti d’interesse dell’allenatore poi licenziato (Mouyouma). Ma qualche volta il destino scende a patti offrendo ricompense e così ieri la ricompattata Nigeria ha conquistato la qualificazione alle semifinali. Dicono l’abbia provocata Victor Osimhen, con gol e assist, ma il fattore decisivo, il migliore fuori campo è stato un altro, richiamato in panchina a metà del secondo tempo fra applausi e abbracci.
