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Gasperini e Allegri, gli uomini al volante scelti per accelerare

Un anno fa erano fuori dalla Champions, ora Roma e Milan lottano per lo scudetto. E i protagonisti indiscussi sono in panchina

Una volta chiesero a Giovanni Trapattoni quale fosse il peso di un allenatore in una squadra. Il dieci per cento, rispose. O barava o sono cambiate delle cose. Certamente sono cambiati i calciatori. Se hai allenato più di venti campioni del mondo e sette Palloni d’oro come lui, ti viene la tentazione di pensare che il 90 per cento del lavoro sia toccato a loro. Ma nella serie A che non produce da 18 anni un giocatore da podio nell’élite del premio (Kakà) — con l’eccezione del Ronaldo ereditato dalla Juve — forse quel novanta per cento scende e il vecchio dieci sale. Più la tela è bianca, più colori devi aggiungere, e sbrigati, devi farlo in fretta.

L’eccezione di Conte

Per questo piacciono e si pagano gli acceleratori, gli allenatori che arrivano, guardano, capiscono, aggiustano, e oplà, ti cambiano la vita. Ventidue degli ultimi 24 scudetti — e 12 consecutivi fra 2013 e 2024 — sono tutti andati a una squadra che l’anno prima si era piazzata fra le prime tre. Le due eccezioni: Antonio Conte alla Juventus 2012 e al Napoli 2025. Adesso gli acceleratori sono Gian Piero Gasperini a Roma e Massimiliano Allegri al Milan, arrivati a cambiare il motore dentro due macchine da quinto e ottavo posto, e dopo 12 giornate sono là, primo e secondo. Siamo ancora sicuri di quel dieci per cento?

Un fuoriclasse in panchina

Guardi i titoli dei giornali e gli allenatori sono diventati figure retoriche. Spesso sono la parte per il tutto. Il loro nome basta a definire un gruppo. Guardi le classifiche degli stipendi e scopri che solo otto giocatori in A guadagnano più di Allegri e Gasperini. Se non puoi comprare un fuoriclasse, mettine uno in panchina. La Fifa e il Pallone d’oro hanno preso atto da quindici anni della mutazione tra ruoli e interpreti, dal 2010 c’è un premio anche per loro. Deve voler dire qualcosa: Hollywood non dà Oscar alle comparse.

Ranieri e la scelta di Gasperini

Nessuno lo sa meglio di Claudio Ranieri, sovvertitore di equilibri a Leicester. È stato lui a scegliere Gasperini, uno che si presenta e installa la sua idea del gioco dentro un gruppo come un sistema operativo nuovo. Aggiunge tratti inconfondibili. Le corse, i duelli, verticalità. Gasperini è il pressing senza compromessi, la maleducazione del ritmo. Le sue squadre non giocano, inseguono un’idea. Generano partite che sembrano folli ma hanno una logica. È un caos controllato, serve a isolare i giocatori migliori. Un presidente che ingaggia Gasperini, sa di potersi aspettare plusvalenze e il rilancio di promesse spente: Thiago Motta al Genoa, Ilicic e De Ketelaere a Bergamo, adesso Pellegrini a Roma. Si intesta sensazionali stagioni di rendimento individuali e le rende irripetibili altrove. La lista sarebbe lunga e prodigiosa, fermiamoci a Gagliardini, Caldara, Petagna, Gosens e Koopmeiners (per ora).

L’impronta di Allegri

Anche Allegri porta un’impronta che si riconosce, qualcosa di molto diverso da Gasperini, un modo di stare in campo e dentro lo spogliatoio che riporta l’equilibrio. Il Milan ne aveva bisogno dopo sei allenatori in otto anni. Con Allegri compri la sua certezza nell’idea che se rimani paziente, corto e stretto, un gol arriverà. Legge quello che sta per accadere come pochi, cambia il corso alle partite come nessuno. È il miglior governatore delle zone grigie, quelle in cui pare non succeda niente. Si è costruito negli ultimi anni un personaggio da Signor Disincanto, ma il match analyst ce l’ha pure lui. «Gli ultimi trenta metri — dice — sono dei giocatori». Adesso che ha Modric facciamo pure quaranta. Passa per difensivista, eppure fu scelto da Berlusconi per le bollicine di Cagliari. Se Gasperini si inventa Baldanzi falso nove, lui s’immagina che Leao possa diventarlo per davvero. Quanto contano allora due tipi così?

La trasformazione della Premier

Con Spalletti, De Laurentiis si era regolato come le aziende con i manager: la clausola di non concorrenza oppure una penale. È questo il nuovo perimetro di un allenatore: amministratore, psicologo, comunicatore. Del Barça di Guardiola abbiamo pensato che potesse essere allenato da chiunque. Non era vero. È da una vita che siamo schiacciati dal dilemma, se preferire il pensiero o l’azione, se mangiare un’idea o fare la rivoluzione. La Premier intuì la via quando si trovò carente di piedi buoni. Senza giocatori da Pallone d’oro fra 2008 e 2018, importò le migliori menti di calcio. Hanno trasformato il campionato in un laboratorio di innovazioni, e dopo sono arrivati i fenomeni. Chi lo sa, magari finisce così pure noi.

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