Quel suo “Sono pienamente d’accordo a metà col mister”, che fece la fortuna della Gialappa’s, nascondeva un fondo di verità. Un lapsus freudiano. Il più grande rimpianto di Gigi Garzya? “Avrei voluto litigare meno con i miei allenatori. Tornassi indietro conterei sempre fino a 10, invece all’uno già sbroccavo”, ammette l’ex difensore salentino della Roma, ora cinquantacinquenne. E più rilassato. “Mi godo la pensione. Sono un collezionista di cd, ne ho 5.500. Uno dei pochi che li compra ancora”.
Genere preferito?
“Tutti, tranne la trap. Quella no. Questione di gusti”.
La colonna sonora della sua carriera?
“Il soul, perché è la musica dell’anima. Sono stato un privilegiato, qualcuno mi ha voluto bene e mi ha fatto vivere un sogno, quello che tutti i bambini desiderano”.
A chi si riferisce?
“Parlo di un qualcosa di spirituale. In una vita precedente avrò fatto qualcosa di bello e così in cambio sono diventato calciatore”.
È nato a San Cesario, in Salento. Ma non ha un cognome salentino.“Ho discendenze spagnole, ma i miei antenati non dovevano essere molto ricchi. Non mi hanno lasciato nulla (ride)”.
Da bimbo non poteva che tifare Lecce.“Beh sì, sono entrato a 13 anni nel loro settore giovanile e sono arrivato in prima squadra. Tutti vogliono giocare con la maglia della propria città. E poi è stato anche un trampolino di lancio per questo ‘lavoro’, tra virgolette”.
Perché tra virgolette?
“Non l’ho mai definito così. I lavori sono altri: se fai qualcosa che hai sognato da ragazzino, ti alleni e poi giochi la partita è soltanto una gioia, una passione. Quasi un gioco”.
Ha esordito giovanissimo in prima squadra, tra l’altro in serie A.“Avevo 16 anni. Giocavamo a Udine, eravamo in svantaggio per 2-1, se non ricordo male. Mister Eugenio Fascetti mi chiamò e pensavo stesse scherzando: non si è tanto svegli a quell’età. Ricordo l’arco gigantesco dello stadio, era mastodontico. Era emozionante, certo, ma poi mi concentrai subito: soltanto alla fine mi resi conto di quello che era accaduto”.
Fascetti poi l’avrebbe ritrovato a Bari.“Era destino, avevo un ottimo rapporto con lui. Diceva sempre che mi allenavo poco: non mi dannavo in settimana ma in partita cambiavo totalmente. Mi ripeteva: ‘Sei fortunato perché io ti conosco, un altro non ti farebbe mai giocare’. Ma sapeva che su di me poteva contare sempre, al 100 per cento”.
Che tipo di difensore era?
“Velocissimo, uno dei più forti della serie A”.
Il suo “Sono pienamente d’accordo a metà col mister” diventò un tormentone della Gialappa’s.“Eravamo in trasferta a Genova, dovevamo giocare con la Sampdoria. Stagione 1990-1991. Prima di me parlò Carlo Mazzone, poi la giornalista mi intervistò e dissi quella frase. La prima volta sbagliò anche lei e mi chiese di rifarla. Accettai. Fece la stessa domanda e risposi allo stesso modo: ‘Sono pienamente d’accordo a metà col mister’”.
Recidivo.“Non me ne resi conto. Quella domenica dopo la partita andai in ritiro con la nazionale Under 21. Quando arrivai i ragazzi mi presero in giro e allora scoprii tutto”.
La Gialappa’s ne fece un cavallo di battaglia in “Mai dire gol”.“Era bellissimo, mostravano tutte le gaffe dei calciatori, anche nelle sigle. E così mi aggiunsi anche io, ci rimasi per qualche anno”.
La infastidì?
“No anzi, fu divertentissimo. Mi sarei preoccupato di più per un congiuntivo o un condizionale sbagliato, quello invece fu un lapsus”.
A scuola se la cavava?
“Il classico studente intelligente ma che non si applica. In seconda superiore mollai tutto”.
Per l’epoca non era un risultato scontato, però.“Sì, ma i miei genitori volevano che mi diplomassi. Quando inizi a giocare hai la testa da un’altra parte”.
Come arrivò alla Roma?
“Ero all’ultimo anno di Lecce e giocavo nella nazionale militare. Ero a Roma e andai con Antonio Conte e Walter Monaco vicino all’Olimpico. C’era un partita di coppa, Roma-Brøndby. Sentii un boato fortissimo al gol dei giallorossi e dissi loro: ‘Quanto mi piacerebbe un giorno giocare nella Roma’. Dopo tre mesi mi chiamò il mio procuratore per dirmi che erano interessati a me, non ci credevo”.
Torniamo indietro. Conte?
“Siamo cresciuti insieme nel Lecce, dai 13 anni. Ci divertivamo tantissimo, soprattutto da ragazzini: andavamo negli spogliatoi un po’ prima e facevamo scherzi e gavettoni. Disegnavamo sulle scarpe degli altri, le nascondevamo, tagliavamo le camicie”.
Due pesti, insomma.“Una volta, quando avevamo 16 anni, andammo in trasferta in Sicilia, in un residence, e c’era la piscina. Che fai, non ti butti? Il mister lo venne a scoprire e quando vide Conte disse: ‘Antonio, anche tu?’. Lui era già serio, si diplomò, ma con noi cambiava. E ancora oggi quando siamo insieme è il ragazzo di un tempo”.
Torniamo alla Roma.“Tre anni meravigliosi, solo chi gioca per loro può capire cosa significhi entrare in campo e ascoltare quell’inno. Anche se furono anni turbolenti per i cambi di società e d’allenatore”.
Prima Ottavio Bianchi.“Serio. Gli sarò sempre grato perché fu lui a volermi a Roma”.
Poi Vujadin Boškov.“Una bellissima persona, dolce e tosto quando doveva esserlo. Una volta eravamo nel bus che da Trigoria ci avrebbe portato allo stadio, annunciò la formazione: ‘Tu giochi, mi raccomando. Tu giochi, mi raccomando. Tu giochi, mi raccomando’. E così via. Ci contiamo. ‘Ma mister, siamo 12’. Si era sbagliato”.
Infine Mazzone.“Lo conoscevo, era stato il mio mister a Lecce per due anni. Prima di arrivare, mi contattava per avere informazioni sull’ambiente, su come si comportassero i calciatori. Allenare la Roma era il suo sogno, un po’ come per Claudio Ranieri ora”.
L’ha mai strigliata?
“Una volta a Lecce mi stava attaccando al muro, come si suol dire”.
Perché?
“Gli dissi cosa non andava, secondo me, mentre parlava. Sarebbe stato meglio non farlo (ride). Lui viveva le partite intensamente, prima e dopo non potevi dirgli neanche buongiorno. Mi stimolava sempre, anche con modi bruschi, ma dopo ho capito che lo faceva per il mio bene. Meglio così che l’indifferenza”.
Lei ha vissuto anche l’esordio di Francesco Totti, nel 1993.“Ero in campo, a Brescia. Si vedeva già negli allenamenti che era di un’altra categoria”.
Già la saltava?
“Sì, ma non solo me. Lo contrastavi ma era tosto. E oltre a essere fisicamente forte, lo era anche caratterialmente. Era sfacciato, quasi menefreghista in un’accezione positiva: affrontava tutti a viso aperto, non aveva paura di sbagliare”.
Ha giocato anche con Aldair.
“Uno dei difensori più forti al mondo. Ma facevo fatica a capirlo quando parlava. Aveva vissuto più di me in Italia (ride) ma non riuscivamo proprio a capire la pronuncia. In campo però non c’era bisogno di capirlo, tanto era forte. E molte volte mi ha salvato”.
Con chi andava più d’accordo?
“Giocavo sempre a carte con Giuseppe Giannini: briscola e tressette”.
Chi vinceva?
“Era una bella lotta. Ma già giocavo a carte quando ero a Lecce, dove andavamo anche al cinema con Carlo Mazzone”.
Soli?
“No, con tutta la squadra in divisa, tutti i sabati. Così spezzavamo la monotonia del ritiro”.
Cosa vedevate?
“Ricordo Figli di un dio minore, ma diciamo che non era adatto a un pre-partita. Allora mi sembrava un po’ pesante, poi ho iniziato a rivalutare diversi film”.
Perché andò via dalla Roma?
“Litigai con la società. Fui uno dei primi giocatori a fargli causa”.
Come mai?
“Firmai un contratto triennale ma non su carte federali. Quando andai a parlare con il procuratore e il ds appuntammo tutto su un semplice foglio. Poi Franco Sensi cambiò idea e disse che non era valido. Allora invece di rivolgermi alla federazione, che sicuramente non mi avrebbe dato ragione, andai dal giudice del lavoro e vinsi. Ma sapevo che poi non avrei più giocato, quindi decisi di cambiare aria e di andare a Cremona dove c’era Gigi Simoni che mi voleva”.
Perché allora andare in tribunale se il destino era segnato?
“Per giustizia”.
Quanto guadagnava alla Roma?
“Non mi sembra bello parlare di cifre”.
Però si è tolto qualche sfizio.“Giocare in serie A ti cambia la vita. All’inizio a Lecce avevo una Fiat Uno color verde militare, poi dopo un anno presi una Golf e poi a Roma una Bmw”.
Diventò capitano del Bari. Un passaggio non scontato, data la rivalità con il Lecce.“All’inizio avevo paura perché non sapevo come l’avrebbero presa leccesi e baresi. Poi pensai al fatto che fossi un professionista e quindi dovevo andare ovunque. La rivalità tra tifoserie è giusta, però non poteva penalizzare la mia carriera”.
La insultarono?
“I leccesi la presero male, qualcuno mi offendeva quando mi vedeva in città ma m’importava poco. Ancora oggi qualcuno sui social me lo rinfaccia. Ma amo Lecce, amo Bari – dove tra l’altro è nata la mia compagna – così come Reggio Calabria dove a 18 anni ho vinto il campionato di serie C1 con Nevio Scala”.
Perché lasciò Bari? Si parla di una lite con Vincenzo Matarrese e Fascetti.“Litigai con la società che aveva un forte legame con Fascetti. C’erano dei problemi nella squadra ma io e Franco Mancini fummo gli unici a pagare, pensavano fossimo le mele marce. Poi il Bari retrocesse comunque. Mi sarei aspettato più solidarietà dai compagni, essendo il capitano”.
Ha rimpianti?
“Avrei voluto non litigare con gli allenatori. Non stavo mai zitto. Questo è il mio piccolo rammarico, farei più il ruffiano”.
Con chi altro litigò?
“Con lo stesso Mazzone, ma sempre alla fine, e con Simoni che poi andò all’Inter e forse mi avrebbe portato con lui”.
Poi lei stesso ha intrapreso la carriera da allenatore. Era assistente nell’Italia Under 20 che conquistò il terzo posto al mondiale 2017.“C’erano Barella, Orsolini, Mandragora, Romagna, Favilli…”.
Si aspettava di più dalla carriera da mister?
“No, non mi sono impegnato più di tanto. Dopo aver allenato qualche Primavera mi sono fermato, non ho accettato altre proposte”.
Perché?
“Non avevo più voglia di girare, stare continuamente fuori dopo una vita da nomade”.
E ora cosa fa?
“Voglio godermi la pensione – questa è la fortuna di noi sportivi – e gestisco alcune case vacanza nel centro storico di Lecce”.
I turisti la riconoscono?
“La maggior parte dei clienti è straniera, ma gli italiani sì: chiacchieriamo, prendiamo un aperitivo insieme. Voglio godermi questo momento: basta stressarsi per portare a casa risultati. Il mio l’ho fatto”.