Kessié ci ripensa: “Non so se cederei nuovamente il 19 a Bonucci”

Il centrocampista del Milan si è raccontato, svelando anche l’alchimia con Bennacer: “Parliamo in francese, ci capiamo a volo”.

Franck Kessié è ormai un simbolo del Milan attuale. Sta disputando la sua migliore stagione in carriera, sia a livello di goal che di rendimento e leadership. L’ivoriano ha parlato oggi a ‘SportWeek’, toccando varie tematiche attuali e passate.

Il centrocampista del Milan comincia dallo spiegare il motivo dell’alchimia con Bennacer a centrocampo. Spoiler: non aspettatevi una risposta tecnico-tattica:

Parliamo entrambi il francese. Mi succede pure con gli altri di esprimermi nella stessa lingua; solo dopo mi viene in mente che non mi capiscono. Allora mi sforzo di trovare la parola corrispondente in italiano, ma ormai l’avversario è andato…”.

Il Kessié di oggi cederebbe ancora a un compagno il suo numero di maglia? Qualche anno fa successe con Bonucci, che gli chiese la maglia numero 19 appena arrivato al Milan.

“Lui mi spiegò che era importante, io parlai con Leonardo, con mister Montella, pure con Gattuso, che ancora allenava la Primavera… Bonucci era più grande, aveva più esperienza. Ma oggi non so se lo rifarei”.

A Cesena è mister Drago a cambiare il suo ruolo, visto che Kessié giocava ancora da difensore centrale.

“Arrivai all’ultimo giorno di mercato. In allenamento facevo il difensore centrale. Rimasi fuori per tre partite di fila, finché un giorno si fa male Sensi. Poi tocca a Cascione, infine a Moussa Koné, il giorno prima della partita. Insomma, a centrocampo non rimane nessuno e il mister mi chiede se me la sento di giocare in quella posizione. Sì, mister, l’ho già fatto. Vinciamo 1-0 contro il Livorno primo in classifica e non esco più. Ruotavano gli altri”.

Poi il ritorno all’Atalanta, dove trova Gasperini, che lo fa esplodere in Serie A. Con un effetto collaterale però: lo sfinimento fisico.

“Avevo parlato col mio procuratore: fammi restare un altro anno a Cesena, qui gioco e mi diverto. Invece mi telefona Gasperini e mi dice: ti ho seguito, vieni in A e prova. Mi aiutò il fatto che, insieme a me, c’erano tanti giocatori nella mia situazione, senza esperienza di Serie A: Spinazzola, Caldara, Petagna… Giocai subito la prima partita. Con Gasperini lavori tanto, con lui non si scherza, ma alla fine il lavoro paga. Però ti ammazza, e quando arrivi a casa non hai la forza di fare niente”.

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