Chilometri e chilometri di orizzonte tra dischetto e linea di porta, e pochi centimetri da un palo all’altro per non dire delle traverse, ormai rasoterra. E poi quelle creature omeriche, i portieri, mostri con dieci braccia e cinquanta mani. Infilare un rigore come si deve, sembra diventata l’impresa del famoso cammello nella cruna dell’ago. Già 14 penalty sbagliati su 58 (uno su quattro) in tutti i modi, dal tiro lunare (nel senso che la Luna quasi la raggiunge) alle palline che rotolano lente come biglie in spiaggia, per non dire dei cucchiai che servono solo per sbrodolarsi addosso la minestra.
Rigore parato, rigore sbagliato
Cos’è successo al vecchio rigore? «Rigore parato, rigore sbagliato» recitava l’antico adagio, ingeneroso verso i portieri che invece studiano, si applicano e ormai sembrano diventati la parte forte della coppia. Hanno più sicurezza, sebbene un regolamento di vinavil li costringa a restare incollati alla linea bianca. Il tiratore, al contrario, pare sempre avviato al patibolo: ha tutto da sbagliare, lui, e ci riesce benissimo. La casistica forse non è casuale, se persino un rigorista micidiale come Çalhanoglu si è offuscato, lui che ha un ruolino di 27 rigori segnati su 29, ma ha ne ha falliti due pesanti, contro il Napoli, un anno fa, e il Milan, in questa stagione. Due duelli scudetto.
Gli episodi
I segni di debolezza dagli undici metri non si contano. Che dire del grottesco rigore improvvisato da David contro il Lecce? Prima di arrivare a Torino li segnava con sicurezza. Oppure di Pulisic, che contro la Juve minaccia i pipistrelli? I piedi fatati di Dybala spingono un sospiro di tiro verso Maignan. E poi c’è Pavlovic che zappa il terreno prima che il genoano Stanciu provi, pure lui, a spegnere un lampione col pallone. Quasi la replica dell’ormai classica buca di Maspero contro la Juve, nell’epoca remota in cui i rigori di solito finivano in rete. Quest’anno se ne sono viste di curiose non solo in campionato. Come i tre rigori in uno sprecati dalla Roma contro il Lille, una specie di giorno della marmotta. Oppure, in Supercoppa, la sventurata serie nerazzurra con gli errori di Bastoni, Barella e Bonny contro il Bologna (sarebbe piaciuta a Gianni Rodari, questa filastrocca piena di “b”). Da trent’anni esatti non accadeva all’Inter una cosa simile.
Il rigorista debole
Il rigore logora chi ce l’ha. Da una posizione di indubbio vantaggio, il rigorista è diventato un essere debole e fragile. Forse in allenamento viene trascurato un fondamentale, appunto, fondamentale, come il tiro dal dischetto: e un giocatore si giudica eccome da questi particolari, perché rigore significa tecnica, nervi, esperienza, psicologia, colpo d’occhio, strategia, fortuna. Non è davvero una roulette. Se il portiere studia, l’attaccante è consumato dalla paura, e magari tira, malissimo, come mai nella vita, tipo Baggio ai Mondiali ’94. Prima che Cabrini sbagliasse contro i tedeschi nell’82, Paolo Rossi gli domandò: «Te la senti?». Mai chiederlo. E se l’anno scorso Lucca litigò con i compagni per calciare il rigore a Lecce, e poi fu sostituito per punizione, ora in troppi preferiscono chiamarsi fuori: Locatelli e Yildiz che offrono il tiro a David, non sono soltanto generosi ma forse un po’ pavidi. Non gli stanno passando il pallone, ma una patata bollente.
