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Quando Galeone disse a Mura: “Nel calcio è difficile insegnare l’allegria”

L’intervista della firma di Repubblica all’allenatore scomparso a 84 anni. Il colloquio avvenne nel 2006, quando il tecnico subentrò sulla panchina dell’Udinese e riuscì a evitare ai friulani la retrocessione in serie B

Galeone, l’ultima volta che ci siamo sentiti per un’ intervista aveva chiuso con questa frase: non credo di meritare un finale in calando e vorrei un’occasione per uscire bene dalla scena.

“Ho detto proprio così? Era già una frase da vecchio. Ma lo pensavo e lo penso tuttora. L’ occasione ce l’ ho adesso, con l’Udinese. Mi sta tornando la voglia. Che mi passa quando ho giocatori scarsi. A Udine sei o sette bravi ci sono”.

In sintesi: salvezza, ringraziamenti e saluti?

“Realisticamente, perché una società con molti giovani, proiettata nel futuro, dovrebbe affidarsi a un allenatore di 65 anni? La salvezza per prima cosa, ma io la vorrei anche ottenuta in modo brillante, non sparagnino. A 40 punti è certa, a 39 probabile. A Udine ho giocato e allenato già prima, è la città dove vivo, il rapporto è diverso da quello che potrei avere con un altro club. Con Pozzo non abbiamo parlato della prossima stagione e mi sembra prematuro parlarne fino a che non siamo salvi”.

Cosa ha fatto nel periodo di disoccupazione?

“Ho cercato di non annoiarmi. Se era bello andavo a pescare, se era brutto stavo in casa a leggere o ad ascoltare buona musica”.

Sento Jelly Roll Morton in sottofondo.

“Esatto. Quanto ai libri, rileggo i classici. Dei contemporanei mi piace solo Erri De Luca”.

E il pallone?

“La noia del pallone. Sono andato a vedere molte partite di serie B, cioè alla mia altezza, perché pensavo che in A non mi avrebbe chiamato nessuno. Ed erano partite di una bruttezza terrificante. Quando allenavo in B c’erano squadroni: la Lazio, il Cagliari, il Bari, il Lecce di Barbas e Pasculli. Adesso, zero”.

Com’è allenare oggi?

“Duro. Per i miei gusti, almeno. I giocatori sono atleticamente e tatticamente più preparati, c’ è più conoscenza degli schemi-base ma non la necessaria elasticità. A Udine mi diverto a spiegare sul campo, la lavagna la lascio volentieri a Mourinho. Per me il lavoro è sul campo. E poi, con le rose così vaste, ogni volta c’ è da spiegare a una quindicina di persone che non giocano per scelta tecnica, frase già ridicola in sé. Chiaro che è scelta tecnica, non antipatia personale o affari di tasca col procuratore o affari di cuore con la sorella dello stopper. Se devi dire a un ragazzino che sta fuori è un conto, se devi dirlo a Inzaghi o Del Piero un altro. Ad ogni modo, capisco che vada di moda l’allenatore-gestore di risorse. È un calcio più organizzato, con meno tempo libero ma anche meno scapigliatura, meno allegria. Perché Ronaldinho è diventato una specie di icona? Perché trasmette l’allegria del gioco, l’importanza e la bellezza della tecnica”.

Perché l’abbiamo trascurata?

“Perché bisogna insegnarla, e non c’è abbondanza di maestri. Hanno preso a scarseggiare alla fine degli anni ‘ 80, quando il muscolo ha sorpassato la destrezza. E’ più facile dire a un tuo giocatore di buttar giù l’ avversario che insegnargli a impossessarsi regolarmente del pallone. Che era una mia specialità da giocatore, modestamente. Un mio allenatore diceva che avevo il radar. Cercavo di mettermi nella testa del giocatore avversario e di prevedere gli sviluppi del gioco. Non è vero che recuperano più palloni i giocatori che hanno il tackle più duro. Li recupera la squadra organizzata che spinge l’ altra in un vicolo cieco, azzerandole gli sbocchi con un movimento collettivo. Io non so dire se sono un buon allenatore e a questo punto nemmeno ha molta importanza. Però so di essere un ottimo insegnante di calcio e so di non aver mai chiesto, mai nella vita, a un mio giocatore di fare fallo tattico. Di questo sono piuttosto fiero”.

Lei è il solo degli zonisti storici a non aver mai allenato una grande squadra. Quanto le pesa?

“Adesso poco, quasi nulla. Anni fa, molto. Se lei pensa che una ventina d’ anni fa nel mondo del calcio si diceva e purtroppo si scriveva che chi gioca a uomo si salva e chi gioca a zona retrocede, ammetterà che abbiamo fatto dei progressi. Adesso tutti giocano a zona, la guerra di religione è finita. Sono stato a un pelo dal Napoli in A e dall’ Inter, dopo Hodgson, mi pare fosse il ‘ 95. Ricordo le ultime frasi di Moratti: io la prenderei anche subito, Galeone, so che mi rivolterebbe la squadra fino ai calzini e nel modo giusto, ma prima devo sentire i miei collaboratori”.

E poi?

“E poi non l’ho più sentito. Immagino che gli avranno raccontato le solite cose, che sono un sottaniere e un ubriacone, come fosse degradante per un uomo amare le donne e capire il vino e viceversa. Queste balle le mettono in giro dirigenti che hanno tre mogli, sei amanti e 127 collaboratrici sessuali, questo è il lato buffo della storia. Comunque, ero e resto tifoso dell’Inter e ci sono rimasto male: già pregustavo il duello Cordoba-Henry e me la vedevo in finale”.

Con Materazzi a che punto siamo?

“Primo: io non ho fatto nomi. Secondo: se ci fosse una classifica della correttezza in campo non credo che lui sarebbe nella parte alta”.

Qual è stata la ricetta per l’Udinese?

“Dare fiducia. Erano tesi, insicuri, elettrici anche in allenamento. Ho insistito molto sulla tecnica, sui particolari, sui tempi giusti, quando darla di prima e quando a due tocchi o tre. Il calcio è musica, ci vuole orecchio”.

A parte Ronaldinho e il Barcellona, chi suona meglio? Chi sono i fuoriclasse?

“Non mi piace il gioco del Real, anche se ha grandi giocatori, e nemmeno il Chelsea. Mi piace il Milan quando gira su ritmi alti, altrimenti è un continuo menar la polenta. Mi piacciono per la felinità dei movimenti certe squadre africane, tipo il Ghana. Non è per nulla un girone facile, il nostro. Ma l’Italia che ho visto contro la peggior Germania del dopoguerra era una bella Italia, brillante, organizzata. I fuoriclasse sono Ronaldinho, Messi, Shevchenko, Maldini, Totti, Del Piero, Gerrard. Kakà non ho ancora deciso, ma è molto vicino al sì senza riserve”.

Quasi tutti artisti. È un caso?

“Ho sempre ammirato il calcio d’ attacco e la destrezza. Per me vale la regola che vince il più bravo, non il più forte. Non riesco a vederlo come uno scontro fisico, essenzialmente, forse perché non ne ho mai avuti. Anzi, uno, in terza media. Quello del banco dietro continuava a rompere le scatole, gli ho detto tre volte di piantarla e alla quarta gli ho tirato la sedia in testa. Rimandato in tutte le materie”.

Si augurava di vedere Ibrahimovic nel nostro campionato. E adesso?

“Mi piaceva e continua a piacermi, come tutti gli slavi che fanno giocate strambe, numeri da circo, e il bello è che se sbagliano se ne fottono e ci riprovano. I brasiliani d’Europa sono loro, anche perché hanno alle spalle una grande scuola calcistica, come gli olandesi. E hanno questo di bello: quando uno è bravo lo buttano in prima squadra a 17-18 anni. Da noi se uno come Henry sbaglia mezza stagione è bruciato. La mancanza di coraggio è uno dei nostri peggiori difetti, nel calcio”.

Chiudiamo con lo zucchero: le note più positive.

“Certamente Roma e Parma, perché va tenuto conto del coefficiente di difficoltà, come per i tuffi. Per conto mio Spalletti ha fatto un capolavoro ma anche Beretta, in una realtà diversa, è da monumento”.

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