“Il dna Juventus che ho conosciuto non c’è più”. David Trezeguet è stato un simbolo della Juve di Lippi e Capello, quarto miglior marcatore della storia bianconera con 171 gol. Oggi vive a Buenos Aires e da lì si muove per il mondo: “Seguo eventi con Fifa e Uefa. È la mia vita di adesso, viaggio e promuovo il calcio”. In testa, però, resta un’idea precisa: “Aspetto l’occasione di tornare nel calcio come dirigente. Ho studiato per questo e credo che l’esperienza di chi ha giocato possa fare la differenza in un club”.
Chi sono le favorite in campionato?
“Il Napoli perché ha vinto l’ultimo Scudetto e ha fatto acquisti mirati come De Bruyne. L’Inter è una squadra solida, che sa cosa bisogna fare per arrivare fino in fondo. E poi vorrà prendersi una rivincita. Tutte le altre sono da verificare”.
Compresa la Juventus del suo ex compagno Tudor?
“L’ho conosciuto come giocatore, non come allenatore. Però a Marsiglia ha fatto un percorso interessante. Adesso è arrivato nella società più importante che abbia mai allenato”.
È l’allenatore giusto?
“Sicuramente conoscere l’ambiente e la società lo aiuta, anche se non è più quella che ha vissuto da giocatore. È un club diverso, gestito da uomini diversi. Dovrà ritrovare quell’identità che ha sempre contraddistinto la Juventus”.
A cosa si riferisce?
“La Juventus deve vincere e basta. Questa è la sua storia e anche l’unico pensiero che ho conosciuto quando stavo in bianconero”.
Cosa manca per tornare grande?
“L’equilibrio. Dopo gli ultimi anni complicati deve ritrovarsi: giocatori e società devono capire dove si trovano”.
Esiste ancora il dna Juve?
“È cambiato. Perché la Juventus non vince più, questa è la realtà. Finché non tornerà a farlo, resterà la percezione che non sia all’altezza”.
Vlahovic è all’altezza della Juventus?
“È giovane, deve ancora dimostrare le sue potenzialità. Ma ci si aspetta di più. Adesso è arrivato un giocatore come David che si sta mettendo in mostra e per Vlahovic diventa un concorrente, ed è giusto così. La Juve ha sempre avuto grandi attaccanti”.
Non le sembra una storia finita?
“C’è un lato sportivo e uno economico. Vlahovic ha un ingaggio molto alto e non vuole rinunciarci. Allo stesso tempo il club deve sistemare i suoi numeri. Se non trovano l’intesa, lui rimane: questa è la realtà”.
Kolo Muani rafforzerebbe l’attacco?
“L’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore importante: ha segnato e sa giocare in diverse posizioni. E soprattutto ha voglia di vestire la maglia della Juventus”.
Cos’è? Una rarità ormai?
“Bisogna accettare che non siamo più negli anni 2000, quando i veri campioni volevano venire in Italia. Oggi i giocatori più importanti scelgono altri posti, la qualità si è abbassata e i club devono adattarsi a giocatori diversi”.
Trezeguet oggi verrebbe in Italia?
“È difficile, oggi c’è un mercato diverso, altri pensieri nella testa dei giocatori”.
Ha recuperato il rapporto con Ranieri dopo i litigi alla Juventus?
“A Montecarlo, quando ero al River, chiesi al Monaco di potermi allenare durante l’estate. Ranieri mi accolse con grande disponibilità, ci siamo parlati e abbiamo chiarito. Ho trovato una persona diversa da quello che avevo conosciuto. Poi è arrivato il miracolo Leicester: quando vinci sai cosa serve per farlo di nuovo. L’Inghilterra ha cambiato la sua percezione”.
Perché Ancelotti ha scelto il Brasile?
“Vuole chiudere la carriera vincendo con una nazionale. E ha scelto quella più titolata. Ma il Brasile non può nascondersi, deve essere protagonista ai prossimi mondiali”.
Come ha vissuto l’ultima finale Argentina-Francia?
“Con il cuore diviso a metà, emotivamente è stato molto difficile. Ma Messi meritava di vincere la Coppa del Mondo”.
Chi è il nuovo Trezeguet?
“Diciamo che il calcio ha bisogno dell’attaccante puro: quello che segna, che vince la classifica cannonieri, che ti fa festeggiare. Magari partecipa meno al gioco, ma decide in area”.