Elegante ma impietosa l’immagine di Antonio Conte sul primo tempo giocato con scarpette da ballerine. Facile criticare la squadra che perde, quasi non avesse in larga parte dato due scudetti in tre anni al Napoli, di questi uno a Spalletti l’altro a lui. Quasi non l’avesse restaurata proprio lui con una spesa di 181 milioni in collaborazione con Giovanni Manna.
Quasi non fosse entrata all’Olimpico Grande Torino già sventrata in ruoli chiave, senza Lukaku, Rrahmani, Lobotka; penalizzata anche dall’assenza imprevista di Hojlund e McTominay; disorientata da una concitata preparazione tattica, da ultim’ora.
A nulla serve pensare adesso che la stessa squadra poteva reagire subito al gol del Torino (minuto 31) senza attenderne altrettanti per il cambio Lang- Olivera e smontare la fascia sinistra che presentava all’inizio due terzini uno sull’altro, Olivera e Spinazzola. Un eccesso di prudenza?
La sintesi delle attenuanti sarà condivisa anche dall’impulsivo Conte, ha vinto troppo per non essere anche saggio. Meglio riconoscere le difficoltà di un Napoli arrivato in vetta nonostante un travagliato avvio di stagione.
Primo anche nella classifica degli infortuni che in Italia con Hojlund e McTominay hanno toccato quota 80. Soffre il Napoli ma soffrono anche altri club europei in un calcio che da cadenzato, tecnico e tattico declina superiori carichi di lavoro per aumentare la velocità.
Nulla pregiudica però la sconfitta di Torino per le prossime 6 gare in venti giorni. Tutto sembra favorevole al Napoli. La bravura innanzitutto di Antonio Conte, con occhi sognanti e faccia avida di conquiste da sergente dei marines, se oggi è l’allenatore con più scudetti tra quelli in servizio e se De Laurentiis l’ha preso senza regole d’ingaggio c’è tanto di suo. Meriti e titoli riconosciuti. Al contrario di altre città, dove ha vinto come Torino e Milano ma chiuso con violenti strappi, qui Antonio Conte vanta la stima plebiscitaria dell’ambiente, i vantaggi di un tifo monocolore senza ostilità e fermenti di metropoli con due bandiere, la generosa lealtà di un presidente che attraverso l’allenatore preso e ritrovato d’incanto a fine maggio ha cambiato il piano industriale del club. Ha smesso di cercare utili nella compravendita. Dalle cessioni per sopravvivere il Napoli oggi acquista . La partita di sabato ammonisce su una tendenza incauta. Svendere per cambiare, magari solo per eliminare in fretta i musi lunghi dello spogliatoio. Le lacrime di Giovanni Simeone, i suoi stessi rimorsi di aver ferito la squadra del suo ultimo amore, aprono ad una doverosa riflessione. Non si liquida in un giro di vento per 10 milioni in due rate un attaccante puro per spenderne quasi 40 e complicare la carriera d Lucca. Andava protetto e inserito meglio. Non era così a Udine e non può essere oggi l’attaccante smarrito e scollegato con il resto del Napoli. Giusto dargli tempo e ancora tempo. Antonio Conte e Giovanni Manna forse traditi dalla fretta di vincere hanno cambiato troppo. Lo scudetto suggeriva tre acquisti ed un mercato conservativo. L’erede di Kvara e due sosia per Di Lorenzo e Anguissa. Tre che non sono arrivati, in cambio di 9, molti ancora in sala d’attesa.
