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Quando il Verona di Rino Foschi sfiorò Ibrahimovic: “Era già venuto a conoscere l’ambiente”

Il retroscena di mercato del dirigente: “Pastorello aveva il sì della famiglia, ma non osammo spendere 5 miliardi per quel ragazzo”.

Zlatan Ibrahimovic era quasi del Napoli. E pure del Bologna. E pure… del Verona. Roba di qualche anno fa, quest’ultima. Eppure è una di quelle classiche sliding doors che avrebbero potuto cambiare non soltanto la storia personale del centravanti svedese, ma anche quella della Serie A e, in piccolo, del calcio.

Non è un’indiscrezione, non è una voce: è una testimonianza diretta di chi all’epoca c’era. Rino Foschi, 75 anni, viene ricordato soprattutto per aver costruito pezzo dopo pezzo il grande Palermo di Maurizio Zamparini, quello del primo posto in A, dei campioni del Mondo, dell’Europa, della finale di Coppa Italia. Ma in precedenza aveva lavorato anche al Verona. Sfiorando Ibra.

“Quando ero al Verona di Battista Pastorello avevamo scovato un trequartista del Malmoe – il suo racconto in un’intervista alla ‘Gazzetta dello Sport’ – Un giovanissimo Federico Pastorello aveva già ottenuto il sì della famiglia, ma non osammo spendere 5 miliardi per quel ragazzo che era già venuto a Verona per conoscere l’ambiente. Era Zlatan Ibrahimovic”.

Si parla degli anni a cavallo del nuovo millennio, naturalmente. Quel che è accaduto in seguito lo sanno tutti: Ibrahimovic ha preso la via dell’Olanda e quindi in Italia c’è arrivato davvero, ma per indossare la maglia di Juventus, Inter e poi Milan. Un bel rimpianto per Foschi. Che, comunque, nelle stagioni successive, s’è rifatto alla grandissima.

«Al Palermo anticipai l’Inter per Kjaer che giocava al Viareggio. Invece per Cavani beffai il Real Madrid di Capello e Baldini. Facemmo tutto in velocità, anche per merito di Beppe Corti, il capo del mio staff”.

Colpi, colpacci di mercato. Foschi, gran intenditore di pallone, ne ha messi a segno parecchi. Anche se il presente dice che è senza squadra da un bel po’.

“L’altro giorno mi ha chiamato un presidente di C, ma non poteva ingaggiarmi. Costavano di più i miei collaboratori…”.

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